Chi si prende cura di chi cura?
Un libro tra diritto e caregiving racconta il nostro familismo e perché non regge più
«Se prendersi cura di una persona anziana non autosufficiente è “segno di civiltà” (…), lo è anche prendersi cura di chi si prende cura.» Con questa frase dell’antropologa Margaret Mead, che nel 1920 sosteneva che il primo segno di civiltà nell'umanità fosse un femore rotto e guarito, prova che qualcuno si è fermato ad aiutare chi era caduto, si chiude il volume di Marianna Russo Caregiver familiari e anziani. Profili giuslavoristici delle relazioni di cura, edito da CNR-IRPPS nell’ambito del Progetto Age-it del PNRR, con la prefazione di Tiziana Tesauro. È una frase che vale come manifesto, e che parla direttamente al cuore dei temi che esploriamo in La società longeva.
Dietro la parola caregiving, termine tecnico, quasi asettico, ci sono storie di persone e di vite: figli che rinunciano alla propria carriera, mogli che assistono mariti per anni, uomini e donne che non hanno scelto di diventare caregiver, ma semplicemente non potevano non farlo. Il 47,3% di loro è impegnato per più di quaranta ore la settimana; nel 70% dei casi il carico assistenziale dura oltre cinque anni. Sono sette milioni in Italia, invisibili al diritto, indispensabili al sistema.
E il sistema crescerà. I dati ISTAT che abbiamo commentato nel numero precedente lo confermano: con 14,8 milioni di over 65, un’età mediana di 49,1 anni e un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, la domanda di cura è destinata ad aumentare mentre la platea dei potenziali caregiver si assottiglia. Ma c’è un altro dato che cambia radicalmente il quadro: le famiglie unipersonali sono oggi il 37,1% del totale. Una società in cui quasi quattro famiglie su dieci sono composte da una sola persona non può più delegare la cura all’istituzione familiare come se nulla fosse cambiato. Il caregiving informale, fondamento silenzioso del nostro welfare, rischia di non avere più chi lo eserciti.
È qui che il familismo implicito italiano, l’idea non dichiarata che la cura degli anziani sia un “affare privato”, mostra tutta la sua fragilità. Non ha il coraggio di esplicitarsi, come scrive Russo, e proprio per questo non costruisce tutele. Il risultato è una rete protettiva frammentata, disomogenea, insufficiente: permessi e congedi riservati ai lavoratori dipendenti, lasciando i lavoratori autonomi quasi completamente sprovvisti di protezione; bonus sporadici gestiti a livello locale; un Fondo nazionale istituito nel 2018 e mai operativamente erogato ai destinatari. Il confronto con i Paesi Bassi è illuminante: lì esistono figure come il mantelzorgmakelaar, un mediatore che aiuta il lavoratore caregiver a trovare un sostituto professionale, rimborsato dal datore di lavoro, e modelli come il Buurtzorg, reti di assistenza domiciliare autogestite e capillari. Non si tratta di soluzioni esportabili tout court, ma di prove che un’altra organizzazione è possibile.
Le proposte di Russo sono concrete: un Registro unico dei caregiver su tutto il territorio nazionale; contributi figurativi per chi abbandona il lavoro per assistere un familiare; certificazione delle competenze acquisite durante la cura; un pensionamento flessibile unificato; incentivi per i datori di lavoro che assumono caregiver; e, nelle aziende più strutturate, la figura del care manager come raccordo tra lavoratore, impresa e servizi territoriali.
Il valore di questo volume non è solo tecnico. Russo riesce a dare forma giuridica a un tema che vive di sentimenti, di legami, di scelte che non sono scelte. E al tempo stesso scalda la fredda materia del diritto con il calore della cura. In una stagione in cui la longevità è ancora troppo spesso raccontata come problema demografico, questo libro ricorda che dietro i numeri ci sono persone, quelle assistite, e quelle che le assistono.
Foto: Alice Barrese

